Commercio equo: luoghi comuni da estirpare

Il commercio equo e solidale è una realtà in continua crescita, una dimensione che, negli anni, ha registrato un notevole ampliamento. Nonostante ciò, risulta essere un sistema economico ancora immune da critiche tese ad invalidarlo; ma è meglio puntualizzare su qualche luogo comune.
La prima affermazione ricorrente, dalla quale mi sembra opportuno partire, è quella secondo la quale “il commercio, per sua natura, non può essere né equo né solidale”. Tale constatazione, di per sé giustissima, non tiene in considerazione, però, un elemento fondamentale: il commercio è un’attività essenziale per la nostra vita e pertanto sarebbe opportuno ottimizzarlo. Spostando, ma non eludendo, la questione, diviene necessario dare spiegazione del perché la pratica del commercio è essenziale. La risposta è intorno a voi: qualunque oggetto o prodotto che appartiene alla vostra quotidianità – cibo, libri, quaderni, penne, cellulare, il servizio scolastico e così via- è l’esito di uno scambio commerciale. Avete dato del denaro per avere un oggetto o un servizio. Non ci sarebbe la necessità di commerciare se ognuno di voi riuscisse a produrre da sé tutto ciò che è necessario per poter vivere degnamente e, magari, per potersi concedere qualche svago. Naturalmente il commercio equo e solidale non sarebbe mai esistito se fosse stato rispettato il principio del “giusto compenso”, se non fosse stata praticata la logica dello sfruttamento del lavoro minorile, e se fossero stati messi in atto i principi che dovrebbero regolare l’equità degli scambi tra produttori e consumatori. La storia, purtroppo, ha reso questa giustizia un’utopia e, per tentare di ristabilire i criteri dell’equità, è sorto il “fair trade” che letteralmente vuol dire “commercio giusto”. Attraverso gli aggettivi equo e solidale si è cercato, a mio parere, di dare un messaggio veloce e sintetico di ciò che questo tipo di economia portava avanti.
Una seconda obiezione può riguardare il fatto che appare ingiusto che, per alcuni prodotti, solo il 20-25% del ricavato di vendita venga destinato ai produttori. Beh, non penso che ci voglia un premio Nobel dell’economia per affermare che il costo della vita in Europa è differente da quello in Africa. Un esempio può chiarire la situazione: dei 100 euro del prezzo di vendita di un tavolino, 40 sono della bottega, 30 della centrale d’importazione, 5 di costi accessori e 25 vanno al produttore. Praticamente circa 70 euro vanno ai distributori e “solo” 25 a chi ha realmente costruito il tavolino. Ma cosa si può comprare con 70 euro in Europa, e cosa con 25 euro in Africa? Più volte è stata evidenziata la situazione di degrado in cui vivono gli abitanti di alcune zone africane, mettendo in evidenza che i più sono costretti a pagare per abitare semplici baracche o, addirittura, uno spazio sopra un tetto ricoperto di letame. Riflettendo su questo, mi sono subito impegnato ad effettuare una ricerca sul costo degli affitti e sono pervenuto alla conclusione che, mentre in Europa con 70 euro si riesce a pagare solo un decimo di affitto mensile, in diversi luoghi del “Sud del Mondo” con 25 euro si riesce a corrispondere la somma per più di mese d’affitto (qualche esempio qui). Questa equiparazione penso sia sufficientemente chiara per far comprendere che non potrà mai accadere che ci sia una ripartizione perfettamente equa del prezzo tra nord e sud del mondo. Il costo della vita è troppo differente perché ciò si realizzi, ma questo non significa che i produttori siano sottopagati, anzi, sono proprio loro ad essere favoriti nello scambio!
Una terza osservazione può riguardare il fatto che nelle botteghe vengono venduti alimenti provenienti dallo sfruttamento delle monocolture. Ho letto abbastanza sull’argomento, pervenendo alla considerazione che il commercio equo non sfrutta assolutamente questi tipi di coltivazione; anzi, in ogni bottega è possibile reperire sempre una vasta varietà di prodotti che sono assolutamente introvabili nei “classici” negozi alimentari. CTM Altromercato, ad esempio, compra e distribuisce 7 tipologie di riso, circa 10 di caffè, altrettante di thè e tisane; senza considerare le altre centrali di importazione come Liberomondo e Altraqualità. Questo panorama è l’esempio tangibile di come si dà l’opportunità ai produttori di coltivare ciò che la terra può loro concedere, senza costrizioni da parte dei distributori.
L’ultima questione che vorrei trattare concerne il turismo responsabile: ci si chiede spesso se può esistere il turismo irresponsabile, una domanda che, sinceramente, suscita in me un divertito sorriso. Prima di tutto vorrei dare spiegazione di cosa s’intende con la locuzione “turismo responsabile”. Tale espressione rimanda ad una forma di viaggio caratterizzata da un rispetto sia verso l’ambiente visitato e sia verso la salvaguardia delle popolazioni autoctone. Quando si visitano posti come Brasile, Messico, Egitto, Cina (per citare solo alcuni Paesi anche se il discorso potrebbe essere esteso a tutti gli altri Paesi del “sud del Mondo” e del “nord del Mondo”), le grandi compagnie di viaggi portano il turista nei posti più belli e accattivanti, nelle spiagge più bianche, negli hotel più lussuosi, senza preoccuparsi di mostrare le vere condizioni in cui versano gli abitanti di quel luogo. È stata questa pratica turistica che ha fatto sorgere la necessità di un “turismo responsabile”, nel quale, accanto ai monumenti e ai paesaggi, vengono mostrati anche gli aspetti più autentici e meno stereotipati del Paese visitato. Un tipo di turismo, questo, che pone al suo centro l’incontro con i residenti e lo scambio interculturale.

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